giovedì 7 novembre 2013

Il piccolissimo Attilio








Ad Attilio Bertolucci



Sognai il piccolissimo poeta Attilio in culla come il piccolo bambino Gesù nella mangiatoia o come un putto correggesco adagiato sulla culla, visitato da alunni asinelli periferici e da un valletto tarchiato, analfabeta, e somigliante a un bue che gli serviva dei tortelli di zucca a forma di lettere.
Attilio era il bambino dei maiali, ubriacato con gli occhi d'oro e giallo Parma, della luce della cupola di un signore, che giurava di essere il più piccolo, con la luna in mano dal colore che assomigliava a quegli impasti, sfera a tratti a forma di Petitot, color zabaione e a tratti invece come il Palazzo della Pilotta, dal colore di un enorme biscottone al cioccolato, velato da un cirro a forma di pecora cornigliese.
Il bambino Attilio che all'inizio del secolo, insieme al nano di Villa Rosario, correva in una Parma che lo guardava dagli occhi beffardi dei camerieri sulle balaustre delle abitazioni delle famiglie nobili, per le quali servivano e sfilavano, davanti ai due, nella notte, i portoni intagliati grottescamente a forma del volto del burattino Sandrone, colorato di una tempera color mousse alla fragola.
Entrarono dentro un cortile, retro bottega di una macelleria equina, il cui cavallaio faceva porzioni in un vassoio di un mucchio di pesto, carne tritata posata lì e agglomerata per mezzo di uno stampo a forma di massetere di cavallo, dopodiché fecero fuggire dei cavalli vecchini, ormai in pensione, da calessini e frustini di vetturini.
Al bambino Attilio per il cui apprendistato officina poetica don Tramaloni aveva regalato una Gerusalemme liberata, dalla copertina in osso a forma di volto piatto del Tasso con il naso aquilino, le cui pagine erano a forma di gorgera, un collare gonfio e ricamato in uso nel vestiario cinquecentesco.







mercoledì 6 novembre 2013

Il Palio di Asti









A Villa il nano, un giorno, venne in mente il palio di Asti. Accadde quando, insieme al bambino Cavour e lo scommettitore detto Moscato, somigliante a un moscone dai baffi neri e lucidi come di sostanza mucide, andava da spettatore a seguirlo e lo stato sabaudo aveva emesso delle banconote con stampato un tartufo bianco, simbolo della ricchezza del Piemonte, tubero lucente in cielo a forma di luna che lo faceva nascere nei boschi di noccioli di Asti: ovvero soldati vestiti con abiti dai ricami a forma di chicchi di riso, e con ai lobi delle orecchie degli orecchini a forma di gianduiotti, presidiavano una mossa del palio con cavalli piemontesi che i fantini montavano con delle scarpe super ginniche di marca Superga, fatte di stoffa con la suola di lattice e a forma di piccole Basiliche di Superga.
Villa il nano compariva effigiato nel soldone di carta in mezzo alla folla con il nasino a forma di nocciola e con gli scommettitori piemontesi e senesi chiamati Lepro Pappardelli, Tartufone Navicello, Grappollo Rubini, Manzone Chianini, Coltello Altafiorentina, che aveva partecipato ad un festino in una villa senese tra fantini leggendari.
Una serpe avrebbe deciso e scelto il più mitico,incidendo con i suoi denti un morso alla pelle di uno di questi.

lunedì 4 novembre 2013

La Milano di notte










Nel 1920 Villa il nano frequentava Pontetaro, paese pullulante di villani e giardinieri che emulavano i lavori dei bisnonni, i quali tenevano la manutenzione di tutti i vivai di Maria Luigia e avevano sepolto, nascondendoli, i granducati guadagnati dalla duchessa senza che i discendenti sapessero dove li aveva nascosti.
Pontetaro perciò era la vecchia Francia e i villanelli parlavano un dialetto scurrile, ammorbidito da un accento gallico, con intonazione elegante da profumieri. Con mio nonno, da bambino, andava a leggere il foglio sportivo al bar del paese e insieme si concedevano anche qualche bicchierinino di Benevento e così andarono avanti per decenni a frequentare il locale pieno anche di mastodontici mezzadri.
Negli anni cinquanta i due leggevano un organo di stampa sportivo della Lazio calcio, dai fogli celesti, che parlava delle imprese del bomber Piola. Tutto succedeva nel paese di Pontetaro dove, dentro qualche muro, c'erano murate una secchia e una cazzuola d'oro, forse dentro un pilone del ponte.
Sempre in quegli anni con i barbieri del paese detti Gabbagobbo e Pompetta andavano a Medesano a mangiare fette di tortafritta con il salame in una trattoria alla vigilia della corsa delle scrofe nel campo sportivo.
Ogni anno per la ricorrenza dell'evento passava sul cielo di Medesano una cometa di luce a forma di salame. Villa il nano e mio nonno pernottavano alla Cornacina dal cugino di questi chiamato Bruno Costa e nel sonno pieno di visioni il nano sognava la scrofa chiamata Scrofoloni, montata dal fantino Lamoni, che di mestiere puliva la fossa settica in un prosciuttificio, vincere la corsa.
Villa il nano tornando in macchina l'indomani raccontava che aveva tifato per il maiale chiamato salumilucciolocicciolo, montato da un maialaro sbodenfio detto budello e ricordavano la leggendaria scrofa detta Scrofettetroia.
Villa il nano raccontava anche di essere stato negli Stati Uniti a Las Vegas in tempo di recessione rosweltiana in un cinema con un bambino gay chiamato Stork (cicogna), il quale aveva una pistola spara popcorn e così si raffreddava il granoturco dritto in bocca bevendo una Coca Cola.
Quando Stork venne a Parma il nano gli fece conoscere una macchietta della città. Il signor Sbrisolone che aveva la faccia piena di rughe e verruche come la superficie della torta sbrisolona dal cui nome prendeva il soprannome.
Nel 1911 con Don Donlò, prelato terribilmente maschile ma dotato di un seno peccaminoso ed osceno da donna, anticipazione delle protesi siliconate delle tette gonfie e toniche delle pornostar del duemila, Villa il nano, girovagando, andava a sorbire brodo con gli anolini facendo visita a tutte le parrocchie di Parma dove variava la ricetta e la densità del brodo.
Nella chiesa dell'orfanotrofio Don Donlò allattava neonati senza la madre facendogli pappare i capezzoli del suo seno. Infine come ultima tappa del loro giro si fermavano a dormire con Don Pratigrilli pisellone erbivorio e nel buoi della stanza il nano vedeva il Don Donlò togliersi il reggiseno e venire a letto con lui.
Una notte che pernottavano anche i reverendi Don Congo Cocconi e Don Doppone Grana dei topi fossilizzati un culturista Bronzeo chiamato Afanatico Sessudore, biondo che ai testicoli aveva peli color crauti, con un pene turgido come un wurstel, aprì degli usci per stuprarli ma fu sbranato da un leone, simbolo dell'evangelista Marco che dimorava da secoli nella chiesa.
Quella notte era caduto dall'impluvio che faceva la notte piccolina, come poi cantavano le sorelle Kessler sottilmente conosciute, un micione sbodenfissimo color castagna con macchie color capuccino e lampone che aveva in bocca un gambarone arancione, catturato nella Parma, mentre nella stanza predava topini che incautamente uscivano da un corridoio parallelo e dietro al muro come esiste nel cartone animato di Tom eJerry.
Villa il nano spulciava dalla libreria della chiesa un libro scritto in stile maccheronico da un anonimo autore, intitolato De Bello Gallinarum, che trattava dei galli da combattimento uruguagi tra i quali c'era anche qualche gallina emancipata. In un passo descriveva il poeta maledetto Rimbaud, di razza gallica, e all'incarnato color burro e gli occhi turchini, disprezzatore degli sport che lui definiva solo tic e l'autore ipotizzava la saturazione degli agonismi per la quale un maratoneta del 5000 avrebbe corso come una macchina da corsa del novecento.
Il nano si sognava un pomeriggio al circolo Anspi Arci di Via Calatafimi chiamato Club Boranga, portiere crociato, graficamente reso sulla targhetta all'ingresso con il corpo di un orango e il volto caricaturizzato e qui Villa il nano, era il 1978, aveva brindato con i vecchi soci Pavaran, Barigas, Torel, Bacchè, Marsoler, Stecchè, Calsolaiascarpè e Botas.
La notte fuori dal circolo era nera e a Villa il nano sovvenne quella del sessanta sul pullman del Milan Calcio con la comitiva dei giocatori che, arrivati in pinetina, scendevano con Rocco l'allenatore ed Eligio, il padre spirituale della squadra, che i sior ragazzi calciatori avevano mustacchi spessi e frangette da abatini.
I fotografi facevano foto con macchine a forma di scatole e i flash a forma di fette giganti di limone mandavano lampi pirici che stampavano fotografie buone a condire come melanzane nere i fogli color prosciutto cotto del Corriere Sportivo.
Villa il nano saliva su una macchina di un fotoreporter nel posteggio con il quale nella Milano di notte, dai neon turchini a forma di lettere, che pubblicizzavano l'amaro Ramazzotti, andava a depositare le foto nella sede di un giornale dove erano fatti entrare da un usciere, minuscolo omino bauscia vestito con una divisa color rosso di zuppa inglese, e vicino al giornale compravano una stecca di sigarette in un baretto chiamato Moderno che vendeva anche tabacchi, poi viaggiavano e griso Manzoni parlava delle partite della domenica con il nano lungo l'autostrada Milano-Bologna.
Villa il nano raccontava al fotografo che nel 1949 in una strada nebbiosa di Torino dalle file di palazzi liberty e dorati come gli incarti dei cioccolatini torinesi, fu salutato simpaticamente ingenuamente dal portiere Bacigalupo da un finestrino dell'apparecchio del grande Torino, prima che l'aereo si schiantasse sulla Basilica di Superga e che anni più tardi, nella città, aveva comprato al caffè San Carlo un pupazzino, riproduzione caricaturata del calciatore Gambetto dai capelli dalla riga in mezzo pieno di gianduiotti.












giovedì 24 ottobre 2013

I Savoiardi






In Florida, precisamente a Miami, Villa il nano, alla guida di una Cadillac rosa color gelato alla fragola e dai fanali a forma di limoni, caricò il culturista italoamericano, chiamato di cognome Spaghetti, dai bicipiti gonfi con tatuati dei palloncini gonfi di luna park, percorrevano il lungomare pieno di palme nella notte piena di scie di luce di fanali di automobili come mosche luminose.
Nella località i surfisti su onde che un ipotetico frullatore montava come maionese, che avevano il colore, per il riflesso del sole, con la loro scatoletta vi sciavano sopra.
I due soggiornarono in un albergo di Miami dove nella notte, con il telefonino in dotazione alla sweet, il bodybuiler ordinò tre bottiglie arancioni di whisky che scolò tutte, poi fecero l'amore e Villa il nano gli palpò gli addominali dai gangli di fibre interne sviluppate come un piatto di spaghetti. Esanime dopo il sesso Villa il nano cadde a letto come il poeta maledetto Rimbaud, in preda a uno sregolamento di sessi, nell'abitazione belga dove sognava di una caccia a un volpinino rosso, color candito, o nel suo soggiorno africano quasi morto su un letto a baldacchino per aver fatto sesso con un africana gigantesca che, se morta, poteva essere sepolta in una tomba immensa quanto la pietra di Bismantova.
Nel letto Villa il nano si ricordava quando nel negozio della parrucchiera lesbica Talignani, da garzone parrucchiere, acconciava i capelli neri a caschetto o carrè alle clienti Pariset e Parmigianet, dando forma alla loro chioma come una mora gigante nella moda parigina a queste bellezze parmigianine. E poi si ricordava di essere andato con altri culturisti a Baganzola alla trattoria chiamata il "Barcaiolo, La barca, Il caprone, Il lupo e Il cavolo", nomignolo che il locale aveva preso da un barcaiolo che, guadando un lupo una capra e un cavolo da una sponda all'altra di un canale del paese, per non appesantire troppo l'imbarcazione, portava prima il lupo che poteva seco mangiare la capra, depositando anche il cavolo che, rimasto con la capra questa poteva mangiare, infine traghettava la capra.
Dall'oste della trattoria si mangiavano ottimi tortelli alla capra e alla ricotta secondo un antica ricetta che tanto piaceva al poeta latino parmigiano Cassio Parmense.
Villa il nano s'imboscò con i culturisti gonfi di muscoli nei campi attigui alla trattoria e li scopava. Sdraiato sul petto di uno di questi, chiamato Cultuturella Marco, vaneggiava della sua amica bambina detta la Cicognina con la quale nel paese rubava le uova nei nidi di cicogna e nel campo aveva ucciso i palestrati Bodyno Buildingo e Step Fitnesso.
Invece come il gigante e il nano passeggiava con il culturista chiamato Panteri Denis nei borghi di Parma entrando in una chiesa a forma di mela gigante in muratura, retta dal prete chiamato Melanio Melechiese.
Nella chiesa sotto la doccia il nano aveva scopato l'ercolone Erbettone dal corpo color erba beta come il terribile Ulk e il culturista dal corpo color rosa marmo di Verona con gli addominali scolpiti come la scultura di un lapicidi da medioevale.
Con Don Melechiese alle tre di notte partiva in automobile percorrendo il lungo stradone e sfilavano le prostitute dette lana di pecora. Una vecchia baldracca dai capelli color lana, splendida in fanciullezza e la Pantera, un escort culturista di alto bordo più gonfia dei culturisti. Le due puttane erano vestite di pizzi con capelli a forma di larve giganti di lucciole paffute come torta fritta ed intermittenti di luce.
Finito il giro ritornarono per dormire su un letto dal materasso foderato di lana di pecora e teste imbalsamate di guardie napoleoniche. Dalla stanza da letto Villa il nano, quando si alzava a fumare sigarette, marca “inferno”, da una finestra vedeva sotto le sentinelle della chiesa, certi due detti il “cieli sereni di Mamiano” e il “Vipera delle corti di Monchio”. Quelle notti, a turno, vedeva altre guardie chiamate il Vissolo di Vignola, uno di Suorbara, quest'ultimo un ragazzo dagli occhi eterei e turchini nato da una suora stuprata, e “Duefigone” un bellissimo ragazzo-ragazza dai boccoli color miele d'oro.
Villa il nano portava ai soldati in sentinella delle mastelle piene di tortelli e poi, dopo la profferta, li invitava a fare sesso di sopra con dei vibratori di plastica a forma di lombrichi, bachi e bruchi dagli occhi sonnolenti.
Un giorno nella chiesa successe che il chierichetto detto il Sonniferone mise del sonnifero fortissimo nel vino e Villa, così le sentinelle e il prete finirono a letto per intere settimane e dirò che per incantesimo si bloccò l'aurora. Per mesi fu notte e nel buio della chiesa rombava una cimice gigante, a forma di cicogna, e una talpa aveva coitato con un pipistrello.
Nel mondo dei tassinari certi di questi chiamati Cinemaniaci, Segaione e Violetteschia, si chiedevano che fine avesse fatto Villa il nano che in verità dormiva e non poteva fare giri sui taxi.
Nel 1919 sul taxi del taxista detto il “Fontalè” si fece portare nell'abitazione di quel bambino di mio nonno, il quale a sua volta lo portò al piano di sopra dalla mia bisnonna e dalla futura santina Ida Mari che gli mostrarono un orologio di gusto pacchiano, a forma di miniatura di Palazzo San Pietro, che, oltre le ore, scandiva la morte e l'elezione di ogni Papa con un'esattezza formidabile.
Così alla morte di un Pontefice usciva un cucù a forma di cardinale vestito a lutto o per l'elezione del Santo Padre e c'erano fumate nere e poi bianche finché si affacciava la statuina del nuovo signore del Vaticano, ma le due pie donne curiose avevano mandato avanti i congegni e gli ingranaggi per sapere la sequenza dei papi futuri e l'orologio era diventato un baraccone rotto.
Racconterò che durante un fortissimo temporale Villa il nano, rifugiatosi sotto un quercine antico gigantesco, nella notte pieno di perle di migliaia di goccine di pioggia, mangiò con due briganti della caciotta che gli avevano offerto. Si era nelle Due Sicilie, bruciavano i palazzi borbonici bianchi di fumo a forma di schiuma da barba sui volti barbuti pennellata dai barbieri.
Tornato a Parma Villa il nano fu invitato dalla signora chiamata Papata Giubileona, la quale gli aveva preparato un tiramisù con dei savoiardi a forma di volto allungato di Vittorio Emanuele Re d'Italia.
Villa il nano era stato anche al luna park di Comacchio mangiando zanzare fatte di zucchero a velo.

sabato 19 ottobre 2013

La notte dentro la notte






Villa il nano al ristorante Leon d'Oro, altrimenti soprannominato Tigher d'Or, dove mangiava con alcuni amici misteriosi, chiamati Ceffone di Sedanora e Finocchiotoro, raccontava di avere soggiornato nell'abitazione del signor Spadaforte, vestito di una giacchetta di peli a istrice, sita a Siena. In un giro di notte nella maremma aveva trovato una neonata morta, dalla carne del corpo fatta di polpa di lumaca e lombriculilubrifichi.
Il taxista li aspettava con il tachimetro acceso al volante del taxi durante tutta la cena e, risalito poi con gli amici, Villa il nano, gli ordinò di raggiungere un caffè dove bere qualche liquore. Fu così che li portò in borgo Naipper, al bar Napoleone, sito in un palazzo napoleonico a forma di leone in una Parma irreale, ma dentro la città e dentro la notte dai fanali gialli, a forma di libri tascabili gialli, il borgo era una strada per così dire felliniana frequentata da scrittori e poeti della città che elargivano gratis sigarette delle più rare nei vari locali multietnici.
In fila dei marocchini afrorizzanti di profumi nella notte vendevano oppio, pesandolo sopra delle bilancine microscopiche, mentre barboni ricchissimi e dotti tenevano lezioni sul momento su Cartesio ed Aristotele.
Nel borgo poi c'era una chiesa antica dalle dimensioni cubiche color del caffè e l'interno era di porpora con dentro un tombone a forma di cassettone cinquecentesco in cui riposavano gli occhi, il pene e i testicoli del Naipper.
La chiesa sconsacrata era diventata sede di un cinema dove proiettavano film pornografici. Una notte dal tetto in rovina del cinema cadde un micione sbodenfissimo color giallo Parma proprio sopra la poltroncina dove Villa il nano era intento a guardare un film e il deretanto del gatto inghiottì il nano e poi fuggì.
Villa il nano si ritrovò nella notte dentro la notte e per incantesimo dentro il felino e sognava i sogni di questo, scappato poi a Mariano, Porporano e Marore vagabondo fino a Coloreto dove mangiò un topone rosso di campagna che, finito al suo interno, mangiò a sua volta.
Il topone lì dentro fumava il pene del Naipper inghiottito dal micione nella tomba con i testicoli e gli occhi, divenuto un sigaro mortuale, e si era pappato anche i maroni buoni come due marron glacè. Inoltre si era messo agli occhi come due lenti a contatto i bulbi oculari dell'amante di Maria Luigia e così dentro voltolavano come visioni i sogni del gatto e del topo che il nano sognava. Il micione sempre a Coloreto fu urtato da una automobile e facendo un gran volo il topone uscì dal deretano del gatto.
Villa il nano dal topo, così uscito da dentro la notte dentro la notte perdendo di vista i suoi due compagni, fu davanti all'abitazione dell'eternità, fornita di antennone che captavano l'aldilà che illuminava la casa di luci d'oro come un luna park, dentro la quale vide la servitù che finite le faccende per la famiglia che serviva si era messa a mangiare alle tre e mezzo di notte.
Edipopò, uno dei servitori, lo invitò a salire in casa e chiacchierarono di borgo Naipper, sita nella Parma immaginaria, dove il cameriere una notte aveva visto lo scrittore Bevilacqua lanciare in un locale e regalargli dei sigari livornesi e dei mazzi di banconote e poi il servo consigliò al nano di recarsi in borgo del Toponeformaggiogiggione dove c'erano delle trattorie in cui si mangiavano ottimi tortelli, asciugati in formaggio grattugiato prelibato, e la strada era frequentata da pittori naif.
Erano le quattro di notte quando Villa il nano chiamò un taxi che girò e rigirò senza trovare il posto in vicinanza presunta a Borgo delle Colonne, ma esistente in una fodera irreale, immaginaria, magica e surreale della città.
Il taxista per mezzo del radiotaxi chiamò un suo collega detto il Reggianaformaggiaio che sapeva dov'era la strada e arrivò a caricare il nano sul suo taxi, color melone, dalle poltrone interne, color prosciutto, e lo fece scendere in borgo del topone formaggiggione, posto che era un colonnato di colonne a forma di formone di parmigiano-reggiano in muratura, sovrapposte le une sulle altre, e intonacate color giallo unto e dall'acciottolato di porfidi a forma di volti minuscoli di tutti i pittori di tutti i secoli a Parma, dai pittori naif della domenica, agli affrescatori di chiese. Tutt'a un tratto vide sotto gli archetti del borgo di colonne due toponi fiabeschi e reggiani camminare ritti sulle zampe posteriori e dai grossi culi e parlare del derby calcistico del grana tra il Parma e la Reggiana.
Villa il nano mangiò tortelli in una trattoria del borgo con un pittore naif chiamato Ampollino Galline e con loro c'erano altri tre pittori detti: la Neva con delle ciglia a forma di fiocchi di neve e Isissidore Duecazzoni e Camamillamammolino.
Il locale era pieno di quadri minuscoli, coloratissimi e naif, tutti di pittoruncoli che frequentavano la bettola. Dei pittori sopra citati c'erano quattro quadri che Ampollino aveva pitturato dei chierichetti che giocavano a calcio con un pallone di gomma a forma di ampollina.
La Neva aveva dipinto Parma su cui cadeva neve dai fiocchi giganti a forma di dromedari e cammelli. La neve caduta erano mucchi di questi animali bianchi algidi come esangui e buttati gli uni sugli altri in fosse comuni.
Camamillamammalino aveva raffigurato un isolotto minuscolo a forma di testa di porchetta, in mezzo al Po, dove prendeva il sole su una sdraio la duchessa Maria Luigia.
Isissidore Duecazzoni aveva pennellato un domatore dentro un gabbia sotto un tendone da circo il quale faceva saltare, dentro ai cerchi infuocati, tigri e leoni che, spelati, avevano la pelle color ciliegia e corpo affusolato a forma di pene e da un buco del pavimento sotto si vedevano le cantine con tanti culatelli appesi al soffitto come tanti pungibol.
Infine, arrivata l'alba, Villa il nano dormì per tre giorni di fila in un letto mastodontico nel buio color petrolio nella canonica del reverendo chiamato Maionesega Geovo. E il buio si infiammava e si sfiammava di lampi per i sogni di Villa il nano.

sabato 12 ottobre 2013

L'impero della zanzara







Nella notte nera, in una scuola di Comacchio, nell'oscurità come in un cinema buio, un ragazzino poeta, detto il Zanzaro Succhiasangueblu, rampollesco, fece a tranci un altro ragazzino chiamato Anguilludovico precisamente nella biblioteca sotterranea dell'istituto il cui finestrone guardava verso il fondale, dove esisteva una gabbia d'oro, cubica e illuminata, in cui nuotava un anguilla imprigionata e grossa come un collo di toro.
Una zanzara gigante come un elefante, assistendo alla scena, vomitò nel canale sostanze di tutti i tipi di sangue, inglobati con lentissime punture e due cicogne nere su un tetto di una casa, con i becchi si davano un bacio, e questi due trampolieri erano appisolati su un nido dagli stecchi fragranti.
Villa il nano, quella notte lontana, era nel paese e alla sera aveva mangiato in un ristorantino un piatto di cicogna lessa a mezzogiorno. L'indomani, Zanzaro, arrestato, camminava con ai polsi le manette tra due guardie. Un fatto del genere successe nel paese di Gorgonzola dove il ragazzino detto il Gorganza bruciò su un neon a forma di formaggio verde, luminaria luminosa e pubblicitaria della ditta paterna di formaggi Cippolagliano, un calabrese trapiantato in Brianza, compagno di classe nell'istituto tecnico del suo assassino, poi vendicato dal padre che aveva fatto uno sfregio con una lametta al Gorganza allo stadio di San Siro.
La lama a forma di piccola falce del simbolo del partito di Berlinguer fece schizzare il sangue, trasportato dal vento, sulla Madonnina del Duomo. L'assassino Zanzaro riuscì a fuggire dalla galera e, preso un taxi ,si fece portare a Volano al ristorante chiamato Anguilla Regina. Nell'insegna del locale erano graficamente disegnate un'anguilla con una coroncina in testa e una zanzara imperatrice.
Nel locale, illuminato di lumini a forma di zanzarone, dopo aver mangiato un fritto, bevendoci dietro del vino, fuggì sul taxi del taxista chiamato Pinzini Contini il quale, guidando, uscì fuori strada in una località pieni di campi erbosi, dove i bagnanti giocavano allo sport detto volano e in cielo volavano interminabili file di naderi.
L'assassino arrivò a Ferrara e raggiunse la casa di un chirurgo che gli fece una plastica facciale. Infatti, gli lisciò con un ferro da stiro i polpastrelli per rendere vana qualsiasi ricerca di impronte nella schedatura. In questo modo del suo meraviglioso viso ovale rimasero solo gli occhi turchini, infine con in tasca una pistola, dalla canna allungabile a fucile a forma di anguilla in argento, s'imbarcò per l'Africa dove commerciò polvere da sparo e fucili.
Il custo della polveriera era uno di Spina, un certo nobile chiamato Necropoli Timtomballo, che aveva incontrato decenni prima a Comacchio quando questi gravitava nella zona perché da giardiniere curava i graziosi giardini dei sette lidi comacchiesi.
Mirabile fu una cena d'estate nella località africana in cui l'assassino fumava delle erbe oppiacee utilizzando dei pipini, faceva bagni in mare, cacciava, cuoceva, scottava ed essiccava la sua pelle al sole e correva sui cammelli con Villa il nano, Timtomballo Necropoli e due ragazzi di Bologna, venuti per svernare e che avevano portato in omaggio un carrè di mortadella squadrato a forma minuscola di Chiesa di San Petronio.
Il taxista Pinzini Contini portò sul suo taxi dei tennisti a un circolo di Ferrara dove si disputavano partite di tennis in notturna su dei campi in terra battuta rossa con vergati in polvere bianca o blu o arancione i marchi della Coca Cola, del Campari e dell'Aperol.
Il taxista chiese dell'assassino a un giocatore molto peloso e aitante, con una racchetta di legno smaltata di crema di vernice color malaga, con effigiato un leopardo incoronato e poi laccata di resina d'oro, e il tennista morettone raccontò che in Africa l'assassino da attivo nel sesso qual'era sempre stato aveva cambiato gusti e si faceva inculare da drudi.
Dirò che l'assassino una notte fece una toccata e fuga al club. Era abbronzato come un marocchino con i tratti del viso tirati dall'intervento plastico e vestito con una giacca e pantaloni colore del pompelmo con dei pirana imbalsamati per bottoni.
Era la notte dopo il palio di Ferrara dove Villa il nano aveva seguito la corsa delle asine quando, nella folla di Piazza Ariostea dove si teneva l'agone, gli sembrò di aver scorto l'assassino al quale poi un barista del circolo aveva preparato, mescolando caramello, caffeina, cocaina, e limone una Coca Cola, gasandola, poi con il sifone e questi sorseggiandola seguì il singolo di tennis tra due soci sotto l'illuminazione elettrica di un campo all'aperto.
Sullo stesso taxi di Pinzini Contini fuggì l'assassino e al conducente parlava di certe inculate con neri e diceva che aveva una membrana plastificata alle pareti del deretano per non farsi accusare dal tribunale delle analisi omosessuali e che un africano con un fucile a forma di scrofa sparava vibratori nel suo sedere, in questo modo l'assassino godeva e non poteva più far senza di quell'amante.
Villa il nano, molti anni dopo, si fermò a mangiare nel ristorante di Volano, già citato, davanti al quale volavano zanzare e sgocciolavano dai pungiglioni sangue e le anguille uscivano e saltavano dagli acquitrini mettendo in scena un balletto da atlete del nuoto sincronizzato.
Nel locale il nano parlò con una vecchia signora detta la zia (nome con cui si chiama il salame specialità nel ferrarese) la quale aveva suggerito al meraviglioso ragazzo dal viso ovale, il naso sottile, gli occhi turchi colore cieli serali arabi, e la bocca color candito, di uccidere Anguil Ludovico.
Villa il nano raccontava quando sul frontone del Duomo di Comacchio, il cui profilo nella notte era color cioccolato e la campana, una mandorla dentro al cacao aveva seguito il funerale di Ludovico.

giovedì 10 ottobre 2013

Il matrimonio







Al matrimonio di Elisabetta Farnese, in una notte di luna gonfia come una tortafritta e di cielo turchino, sfilavano carrozze di ogni tipo con sopra arcivescovi, preti e cardinali, notai e commercialisti dell'epoca, cuochi con pentoloni di brodo, zucche, maiali, veli di pasta per preparare anolini e tortelli e dischi di spumino per meringhe.
Il pittore del regno Ilario Mercanti, detto Spolverini, con calcato in testa un tubino color caco, impegnato a dipingere sul momento e sull'attimo l'evento delle nozze con una tavolozza, come una pizza napoletana sporca e farcita di colori. Villa il nano stava seduto con due soldati, angioloni bianco vestiti di pizzi a forma di chicchi di riso, chiamati Malvasione e Zabaionezaccherazzozzero, che erano le sentinelle delle nozze chiamati a difendere gli sposi dai malintenzionati, che fossero sbucati dai borghi con qualche pistola e dai proiettili a forma di gamberoni e di fossili come quelli incastrati nelle piastrelle del Duomo.
Villa il nano non stette al banchetto nuziale perché salutò tutti e, non prima di essere entrato in una latteria e aver giocato a un gioco elettronico, in cui aveva inserito una moneta gonfiolina e d'oro a forma minuscola di volto di Ranuccio Farnese, salì alla svelta sul carozzone e andò a Fontanellato, paese pieno di fontanoni zampillanti, malvasia e lambrusco, nella cui Rocca, Villa il nano era dipinto dal pittore Pip come un coiffeur pompettaio di profumi e lozioni, vestito con un camice con per bottoni dei pidocchi imbalsamati con le tibie unite a una unghia.
Le pinze per attaccarsi al capello all'interno di una barberia, splendente di specchi che ingigantiva la sua manona, con un rasoio dalla lama affilata a forma di un profilo da mendicante, dove partecipò alle nozze di un grillo e di una cavalletta vestita da valletta pittricessa e al cui banchetto era pieno di notabili di Parma tra i quali il calciatore Asprilla che, con una colombaia in testa mangiava tortelli alle erbe di campo.
Villa il nano risalutò tutti e corse nella notte in carrozza sino a Soragna dall'amante. Un nasone plurivincitore al concorso dei nasi che lo aveva lungo e a forma di pene, e dalla punta a forma di cappella. Con questi fece sesso penetrando il suo penino, microbo sessuale, nella narice e il campione del naso se lo soffiò con un fazzoletto come si fa con il raffreddore.
I due stettero davanti ad una finestra dal vetro giallo malvasia a guardare nella notte la torre di Soragna a forma di nasone bislungo.
Il soragnese dalla casa, piena di trofei vinti per il difetto di oblunguità del naso, chiese a Villa di potergli penetrare con questa cartilaginosità, allungata, il sedere, ma il nano preferì mangiare una spongata a forma di pongona, imbiancata di zucchero a velo, bevendoci dietro il liquore fermentato di zafferano.